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Le bottiglie di plastica

L’acqua è un elemento fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Bere acqua è un gesto che accomuna le nostre vite ed è un’azione che ognuno di noi ripete ogni giorno, più volte al giorno.
Queste sono informazioni ovvie e che tutti conosciamo ma ti sei mai soffermato a pensare dove viene conservata e venduta tutta questa acqua?
Hai mai pensato a quante bottiglie nel mondo vengono utilizzate solo per qualche ora e poi vengono gettate per essere smaltite, solo in minima parte riciclate oppure disperse nell’ambiente?
Cerchiamo di fare una riflessione insieme e capire il riciclo delle bottiglie di plastica.

Un po’ di dati

Per avere un’idea più tangibile e concreta prendiamo come esempio il nostro paese, l’Italia, che in base a diversi studi si trova al primo posto a livello europeo e nei primi tre posti a livello mondiale, per il consumo di acqua confezionata in bottiglia.
Secondo lo studio condotto nel 2019 da Beverfood in Italia beviamo 224 litri all’anno a persona.
Se trasformiamo questo dato in “bottiglie” il totale complessivo che ricaviamo all’anno è pari a 11 miliardi di bottiglie utilizzate e cestinate. Ma di cosa sono fatti questi contenitori? L’82% di plastica, il 16% di vetro e il restante 2% da altri materiali (cartoni, lattine, ecc.).
Come per ogni prodotto, è prevista una creazione che richiede l’utilizzo di nuove risorse e uno smaltimento finale. Va da sé che se per la creazione di nuovi prodotti utilizziamo qualcosa che è già stato utilizzato invece di qualcosa di nuovo, le risorse e le energie richieste in termini ambientali e di costi saranno molto inferiori. Il dato allarmante si nasconde proprio qui.
Come emerso dal rapporto di Greenpeace “L’insostenibile peso delle bottiglie di plastica” più del 70% di quegli 11 miliardi di bottiglie che abbiamo citato poco sopra, non arriva mai al processo di riciclo.
Il risultato finale sono circa 8 miliardi di bottiglie in PET (Polietilene Tereftalato) che possono essere dispersi nell’ambiente e nei mari, contribuendo in modo rilevante all’inquinamento del nostro pianeta. Aggiungiamo a questo anche le emissioni di CO2 generate dalla produzione di nuove bottiglie, che si aggirano intorno a 850 mila tonnellate di gas serra, una delle più importanti cause della crisi climatica.

Il riciclo della plastica, perchè la plastica è un grave problema ambientale?

La plastica è un materiale chimico creato in laboratorio, composto da catene di polimeri formate tramite l’unione di tanti monomeri fatti di componenti derivanti da petrolio e metano.
Mentre alcuni tipi di plastiche sono riciclabili, altri non lo sono neppure in minima percentuale.
Le linee guida per lo smaltimento dei rifiuti, individuano 7 categorie di plastiche in base ai polimeri di cui sono composte. Le categorie vengono differenziate da specifiche sigle che è possibile trovare sugli oggetti fatti di questo materiale. Le categorie che sono state individuate sono divisibili in due macro tipologie: le termoplastiche e le plastiche termoindurenti.

Le termoplastiche

Le termoplastiche sono costituite da catene di polimeri lineari e per questo motivo esse sono riciclabili. È infatti sufficiente portarli a determinate temperature per modificare il loro stato e poterli nuovamente formare.

Alla tipologia delle termoplastiche appartengono le seguenti 6 categorie, in ordine di facilità di riciclo in termini di costi e processi:

  • PET (polietilene tereftalato) – codice identificativo 1;
  • HDPE (polietilene ad alta densità) – codice identificativo 2;
  • PVC O V (cloruro di polivinile) – codice identificativo 3;
  • LDPE (polietilene a bassa densità) – codice identificativo 4;
  • PP (polipropilene) – codice identificativo 5;
  • PS (polistirene o polistirolo) – codice identificativo 6.

Le plastiche termoindurenti

Le plastiche termoindurenti sono invece costituite da catene di polimeri complesse e per questo motivo, una volta prodotti non possono più essere fusi senza generare una degradazione chimica. Gli oggetti realizzati con questo tipo di plastica, avente codice identificavo 7, sono impossibili da riciclare, nemmeno in impianti specializzati.

Abbiamo detto che una grande fetta degli oggetti realizzati in plastica, tra cui le bottiglie di acqua minerale che sono in PET, sono riciclabili. Ma allora come è possibile che, come abbiamo spiegato all’inizio di questo articolo, solamente una percentuale tra il 20% e il 30% venga effettivamente riciclato? Come è possibile che di 11 miliardi di bottiglie in PET (codice identificativo 1) circa 8 miliardi non vengono riciclate?

Benché alcune plastiche siano riciclabili, l’effettivo riciclo dipende da tantissimi fattori e purtroppo questo rende la percentuale veramente riciclata molto bassa.
Il processo di riciclo dipende infatti: dalla corretta differenziazione dei rifiuti da parte del consumatore che dipende a sua volta dalla chiarezza delle informazioni ricevute e dal suo buon senso; dal corretto smaltimento da parte degli operatori ecologici; dalle disponibilità economiche dei comuni e dei centri di smaltimento; dagli impianti di lavorazione di cui gli enti dedicati dispongono; dagli interessi economici di varie parti; ecc.

Ad onor del vero, dobbiamo anche specificare che l’Italia spedisce tonnellate di rifiuti in plastica all’estero dove dovrebbe avvenire il corretto smaltimento ma che purtroppo, a causa dei motivi citati, non avviene.
Citiamo l’inchiesta di PresaDiretta, in cui si evince che l’Italia esporta all’estero migliaia di tonnellate di rifiuti in plastica, anche in Paesi extra-UE non dotati di impianti idonei per il riciclo. La maggior parte finisce quindi in discarica o dispersa nell’ambiente, con impatti sull’ambiente e la salute della popolazione.

Dove finisce tutta la plastica non riciclata?

La realtà che affrontiamo da svariati anni sono quantità enormi di imballaggi in plastica destinati ad essere utilizzati per poche ore e inquinare per centinaia di anni il mare e il Pianeta. La plastica rimane intatta per svariati secoli, provocando nel viaggio verso la decomposizione danni molto seri, in termini ambientali e in termini di salute degli esseri viventi, essere umano compreso.

L’erosione di questi oggetti  tramite l’acqua, il sole e gli eventi atmosferici, provoca la diffusione nell’ambiente delle microplastiche, particelle tossiche ormai presenti ovunque, dallo stomaco deipesci alla rete idrica, dal suolo al corpo umano.

Uno studio americano del 2018 aveva rivelato che su 259 bottiglie d’acqua appartenenti a 11 marche diverse, ben il 93% conteneva microplastiche con una media di 10,4  microparticelle per litro, ovvero il doppio dell’acqua del rubinetto. Si è stimato che ogni settimana, una persona che beve acqua utilizzando bottiglie di plastica ingerisce un quantitativo pari a una carta di credito.
Mentre gli effetti sull’ambiente risultano più facili da intuire, ad oggi non sono ancora chiari gli effetti di queste particelle sul corpo umano. La cosa certa è che queste particelle sono tossiche e derivano dal petrolio, che oggi continua ad avere effetti devastanti sul nostro pianeta.

La plastica non dispersa nell’ambiente non ha un risvolto migliore di questo. Viene infatti inviata agli inceneritori, generando una famiglia di composti cancerogeni nell’aria chiamati diossine.

Cosa possiamo fare?

Naturalmente ognuno di noi dovrebbe ridurre il più possibile la plastica in generale dalla propria vita ma ora concentriamoci sull’azione protagonista di questo articolo, quella che accomuna ogni cittadino: bere acqua minerale. Certamente non possiamo rinunciare a bere acqua poiché ne va della nostra sopravvivenza, ma possiamo scegliere come bere.

La cosa più sostenibile a livello ambientale è sicuramente accedere all’acqua precludendo l’utilizzo di un qualsiasi contenitore, ossia utilizzare quella del rubinetto.
Citando i dati riportati da Greenpeace, l’84,8% dell’acqua erogata dagli acquedotti italiani è di ottima qualità, anche se solamente un italiano su 3 si fida a bere acqua del rubinetto.

Sapevi che esiste uno strumento messo a disposizione da ciascun fornitore, per monitorare in tempo reale le analisi fisico-chimiche dell’acqua del rubinetto della tua zona? Controlla la tua bolletta dell’acqua per verificare il nome e poi vai sul sito, dove troverai una sezione dedicata.
Nel nostro caso ad esempio, per la regione Emilia-Romagna si tratta del  gruppo Hera. È sufficiente cliccare a questo link ed inserire il proprio comune nella ricerca.

È vero, oltre alla questione salute che da questi dati risulta non essere affatto un problema, c’è la questione gusto. In alcuni comuni l’acqua non è molto leggera né ottima di sapore. Per gestire anche questo aspetto esistono vari tipi di filtri che consentono di depurare l’acqua comodamente in casa prima di berla.

Se queste soluzioni ancora non ci convincono, prima di acquistare acqua in plastica abbiamo la possibilità del VAR, vuoto a rendere. Il processo di VAR consiste nell’acquistare bottiglie in vetro che al termine potranno essere riconsegnate al fornitore, sterilizzate e riutilizzate fino a 30 volte.
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La pratica del VAR, in Italia ancora pochissimo utilizzata, nel Nord Europa, ad esempio viene utilizzata su larga scala. Ben il 70% dei consumatori sceglie questa opzione.

Perchè il VAR e non comprare semplicemente l’acqua in vetro?

Al contrario di quanto si creda, le emissioni di CO2 prodotte dal riciclo del vetro utilizzato una sola volta, la produzione di vetro ex-novo e il trasporto, si avvicinano di molto a quelle prodotte dalla ciclo delle plastiche. Il vetro ovviamente ha dalla sua l’essere al 100% riciclabile in maniera semplice (salvo alcuni casi) e l’impatto ambientale in fase di smaltimento.

Ecco perchè per essere davvero sostenibili in termini di riduzione gas serra e inquinamento ambientale, è necessario utilizzare il vuoto a rendere. Il riutilizzo delle bottiglie in vetro consente infatti di dimezzare i costi ambientali, vincendo su tutti i fronti contro la plastica.

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