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  • Come recarsi in apiario – Lezione 2

    L’argomento che si è trattato nella seconda lezione del corso è “come recarsi in apiario”, mentre nella prima lezione si è parlato dell’ape cercando di dare un’infarinatura sul lato biologico e morfologico, in questa lezione si è passati alla parte un pochino più pratica.

    Cosa server per andare in apiario??

    Per prima cosa occorre accertarsi di non essere allergici alle punture delle Api.
    Il veleno di questo insetti può portare anche a shock anafilattici che portano, loro volta, alla morte se non presi tempestivamente; occorre, quindi, essere almeno consapevoli degli effetti che una puntura può avere sul nostro organismo prima di trovarsi in situazioni pericolose.
    Se un individuo sa o scopre di essere allergico può tranquillamente fare l’apicoltore ma prestando maggiore attenzione, magari coprendosi di più e portarsi sempre dietro tutto il necessario per intervenire in qualsiasi situazione.

    Maschera

    Abbiamo visto come le api non siano animali inermi e, soprattutto quando vengono disturbate, possono reagire usando il loro apparato vulnerante. Le punture delle api, pur non essendo nella maggior parte dei casi pericolose sono comunque dolorose e possono disturbare non poco l’apicoltore. Per questo motivo si usa coprirsi il volto con una maschera. Ne esistono svariati modelli, da un semplice velo di tulle nero da applicare ad un cappello a larghe tese a quelle più sofisticate incorporate ad un corpetto.

    Maschera protettiva

    Maschera protettiva

    Affumicatore

    Per quante precauzioni un apicoltore possa prendere all’apertura di un alveare, tranne in rare occasioni, le api si mostreranno sempre aggressive. Da lungo tempo si è costatato che alcune sbuffate di fumo sono in grado di ammansire le api. Il fumo agisce, infatti, in duplice modo:
    appena viene assaggiato l’odore del fumo la maggior parte delle api si precipita sui favi dove iniziano ad assorbire avidamente il miele, trovandosi poi così imbottite faranno davvero fatica ad estrarre il pungiglione.
    Si pensa che questo atteggiamento sia dovuto al fatto che il fumo evochi negli istinti dell’ape il pericolo di un incendio e, nel caso l’arnia prendesse fuoco, sono già pronte a volare via piene di scorte.

    Affumicatore

    Affumicatore

    Leva

    Abbiamo visto che le api hanno l’abitudine di chiudere tutte le fessure e fissare fra di loro le varie parti mobili con la propoli.
    Questo materiale è alquanto tenace, quindi nella maggioranza dei casi con le sole mani non è possibile sollevare le soffitte ed estrarre i favi. A questo scopo si usa una leva che può avere varie forme ma che necessariamente deve essere provvista ad un’estremità di una parte schiacciata a scalpello per potersi insinuare sotto le soffitte e dall’altra un gancio idoneo a sollevare i telaini facendo presa sotto le orecchiette.

    Varie tipologie di leve

    Varie tipologie di leve

    Indumenti

    Non occorre un abbigliamento particolare per praticare l’apicoltura. Tuttavia occorre tener cono che maneggiando vari materiali ed attrezzi ci si imbratta facilmente di propoli che poi aderisce molto tenacemente, quindi è consigliabile l’uso di camici o tutte da lavoro.
    Maneggiando favi e soffitte ricoperti di api è facile che ne cada qualcuna per terra. Le api più giovani non volano ancora ed hanno la tendenza a risalire lungo le gambe, per evitare quindi che si intrufolino sotto i calzoni è opportuno portare degli stivali entro cui infilare i calzoni.
    L’uso dei guanti è perlomeno controverso, infatti se da una parte proteggono le mani, dall’altra rende l’operatore più impreciso e maldestro.

    Come ci si avvicina ad un alveare??

    Dopo essersi accuratamente vestiti e preparati, per prima cosa occorre accendere l’affumicatore, per farlo basta incendiare il combustibile che desideriamo utilizzare e lo riponiamo all’interno della camera di combustione.
    Solo quando si è certi che l’affumicatore sia acceso ci si può dirigere verso l’arnia.
    Per ridurre l’aggressività della famiglia occorre prestare qualche accortezza, ovvero è sempre bene avvicinarsi dalla parte opposta alla porticina di volo, in maniera tale da non trovarsi mai nel cono di volo delle bottinatrici.
    Una volta arrivati alle spalle dell’arnia la prima cosa da fare è dare una veloce ma decisa sbuffata di fumo sulla porticina, in maniera tale da allarmare le guardiane e farle comunicare al resto della colonia la possibile presenza di un incendio.
    Subito dopo occorre infilare la leva tra coprifavo e nido e forzare l’apertura, appena la propoli cederà bisogna essere pronti a dare un’ulteriore paio di sbuffate all’interno del nido.
    Così facendo la zona ostile per le api, dove si trova il fumo, sarà la parte soprastante dell’arnia e non all’interno dei favi.
    Un’altra pratica comune per ridurre l’aggressività quella di recarsi a far visita alla famiglia nelle ore più calde della giornata, in questo modo la maggior parte delle bottinatrici si troverà in giro, riducendo notevolmente il numero delle api presenti nel nido.

    Cosa si va a fare in apiario??

    Un’ulteriore precisazione che occorre fare è che ogni nostra visita provoca alle api un disturbo, ovvero uno stress. Seppure in certi periodi dell’anno le alimentiamo e per tutta la durata della loro vita le accudiamo, per loro rimarremo sempre degli estranei che invadono la loro casa e provocano scompiglio.
    Starà in noi fare in modo che lo stress arrecato sia il minore possibile e con esso, anche l’aggressività delle api stesse.
    In conclusione occorre aver ben presente per cosa si sta per visitare una famiglia per non essere titubanti nel momento in cui l’arnia è aperta poichè la covata dal momento in cui si solleva il coprifavo inizia a raffreddarsi.

    Scelta della postazione

    Per poter scegliere una giusta posizione per il nostro apiario conviene seguire qualche piccolo consiglio, ovvero:
    Si deve verificare la vicinanza delle fonti pollinifere e nettarifere;
    la postazione deve essere esposta a sud/sud-est, al riparo dai venti, in luoghi non umidi, e l’ombreggiatura deve esserci solo nei mesi più caldi;
    nelle vicinanze ci deve essere disponibilità d’acqua;
    il terreno deve essere in piano, facilmente accessibile con un automezzo e a distanza da strade di pubblico transito o confini di proprietà;
    nel caso di postazioni in montagna, l’apiario deve essere in basso rispetto alle fonti di raccolta perchè le api possano fare i percorsi in salita da scariche e quelli in discesa cariche;
    è utile avere vicino agli alveari alberi non troppo alti o robusti, in quanto questo facilita la raccolta degli sciami;
    le arnie vanno posizionate su supporti al almeno 30/40 cm da terra per difenderle dall’umidità;
    non è consigliabile allineare le arnie in fila tutte uguali in quanto facilita la deriva, cioè le bottinatrici tendono a rientrare negli alveari posti all’estremità;
    è necessario facilitare le api nell’orientamento colorando le facciate o i predellini, oppure distanziare gruppi di alveari con un paletto nel terreno.

    Esempio di un apiario

    Esempio di un apiario

    Nutrizione

    All’uscita dell’inverno qualora le scorte non fossero più sufficienti ad sostenere la famiglia, occorre ricorrere alla nutrizione.
    Gli alimenti da somministrare alle api variano a seconda del periodo dell’anno in cui siamo: da poco prima dell’inverno a primavera inoltrata è buona cosa utilizzare il candito, ovvero lo zucchero che usano i pasticceri per fare il torrone.
    Essendo solido questo non emana odori e riduce la possibilità di saccheggio da parte di altre famiglie e in più non introduce umidità all’interno dell’alveare che potrebbe portare a formazione di muffe o funghi che danneggerebbero irrimediabilmente un nucleo.
    Come nutrizione, qualora avessimo una famiglia debole, per stimolare la crescita e la raccolta usiamo uno sciroppo che è formato da fruttosio generalmente allo stato liquido (se si usano nutritori è meglio).
    Un’alternativa allo sciroppo al fruttosio è una soluzione zuccherina creata con 1KG di zucchero e 1L di acqua.
    Il periodo indicativo nel quale utilizzare un’alimentazione rispetto che un’altra è il seguente: Candito da gennaio alla prima metà di aprile, sciroppo stimolante prettamente tra marzo e aprile.
    Non è consigliabile alimentare le api con il miele, sia compero che di propria produzione, perchè potrebbe contenere patologie che infetterebbero irrimediabilmente la famiglia.

    Candito per api

    Candito per api

    Calendario delle visite in apiario

    Vediamo, molto velocemente, in cosa consistono le nostre visite in apiario al variare della stagione. Non tratteremo mese per mese ogni singola operazione, ma cercheremo di dare delle linee guida che si potrà seguire in tutte le annate, sia propizie che non propizie.

    A Gennaio

    E’ consigliabile un controllo all’esterno, verificando il volo delle bottinatrici, battere con le nocche sull’arnia (se si alza del brusio significa, per esempio, che sono ancora vive), pesare l’alveare per controllare le scorte.
    Se pensando l’arnia ci si rende conto che le scorte sono basse, è opportuno integrare la nutrizione utilizzando un prodotto solido, come il candito.
    E’ consigliabile non sollevare il coprifavo in questo periodo poichè le temperature non lo permettono, se dobbiamo guardare all’interno ci conviene sfruttare il buco della nutrizione presente nel coprifavo.

    Apiario sotto la neve

    Apiario sotto la neve

    A Febbraio

    E’ possibile fare la prima visita, anche se in modo veloce, controllando: lo stato della famiglia, le scorte, le condizioni sanitarie, la presenza e la sanità della covata.
    Controllare l’orfanità della famiglia, quando si apre la soffitta se orfane le api iniziano a ventilare, in caso la famiglia sia orfana è possibile che delle operaie abbiano preso a deporre ed è facile da intuire poichè c’è la deposizione di soli fuchi e non di operaie.

    Visita primaverile

    La si può effettuare con più calma e occorre fare attenzione a: forza delle famiglie, scorte (in fase di sviluppo le famiglie consumano molto), sanità della covata, sostituzione dei telaini vecchi e aumento dello spazio, pareggiamento delle famiglie, preparazione dei nuclei per il servizio di impollinazione.
    Inoltre occorre controllare la presenza di celle reali che potrebbero indicare la febbre sciamatoria, ovvero l’intenzione della vecchia regina lasciare l’arnia.
    Se occorre è questo il periodo per una nutrizione stimolante mediante sciroppi.
    In questo periodo, da Aprile in avanti, si possono iniziare ad effettuare le operazioni per creare sciami artificiali per la produzione di api regine, per aumentare il numero dei nuclei e per la produzione della pappa reale.
    E’ già possibile poggiare i melari qualora vi siano delle fioriture precoci.

    Sciame naturale appoggiato ad un ramo

    Sciame naturale appoggiato ad un ramo

    Visita estiva

    Dalla primavera in poi è il momento della posa dei melari. Il momento preciso varia da zona a zona, dalla forza delle famiglie, dal clima. ecc. Questo è il periodo del nomadismo, ma anche il momento migliore per la sostituzione delle regine. Dai primi giorni di agosto si devono togliere i melari e provvedere al trattamento tampone estivo contro la Varroa.

    Visita autunnale

    E’ il momento in cui si devono preparare al meglio gli alveari per l’inverno. Occorre quindi verificare la sanità delle famiglie, le scorte e la popolosità.

    Visita pre-invernale

    Durante questa visita si procede al vero e proprio invernamento. Si possono togliere i telaini abbandonati dalle api e inserire il diaframma. E’ consigliabile mettere un materiale coibentante tra il coprifavo e il tetto per aumentare il calore nell’alveare. Si riduce l’ingresso della porticina di volo. In una bella giornata di sole, avendo verificato il blocco della covata, si deve effettuare il trattamento di pulizia invernale contro la Varroa.

    Sciamatura

    Per sciamatura naturale si intende la partenza definitiva da una colonia di una regina seguita da un parte delle operaie.
    Dal punto di vista biologico la sciamatura rappresenta l’opportunità per le api di diffondere la propria specie.
    La sciamatura è quindi una caratteristica ereditaria comune a tutte le specie Apis, più o meno marcata a seconda delle razze.
    Pur trattandosi di una caratteristica ereditaria, la sciamatura è influenzata da molti fattori interni ed esterni. Fa quelli interni i principali sono: l’età della regina, o spazio disponibile, lo stato di salute, ecc.. mentre quelli esterni sono l’andamento climatico, l’abbondanza di raccolto, la posizione dell’arnia, l’insolazione, ecc..
    Durante il periodo delle sciamature, di solito questo avviene poco prima del grande raccolto, una famiglia può decidere di sciamare e quindi inizia a costruire celle reali.
    Poco prima che la regina vergine sfarfalli la vecchia regina prende il volo e, insieme a una buona parte delle api presenti, si appoggia poco distante formando un glomere molto serrato.
    Il nuovo sciame, quello che contenente la vecchia regina, può stare fermo qualche giorno, come una settimana o può anche decidere di creare il proprio nido sul posto, il tutto dipende da molti fattori: non è stato trovato un luogo adatto dalle esploratrici, la regina è abbastanza vecchia, la famiglia non si mette d’accordo su quale sia il luogo più adatto per insediarsi.
    Quando troviamo delle celle reali non sempre si ha a che fare con la febbre sciamatoria, per sapere ciò occorre prestare attenzione su quale punto del favo è stata fatta la celletta reale: se tale cella si trova in mezzo al favo, o comunque non vicino ai bordi è molto probabile che la famiglia sia orfana o che stia procedendo con una sostituzione naturale della regina, mentre se le celle reali si trovano sui bordi dei favi, molto vicino o addirittura sopra al telaio di legno quello è un segno evidente di febbre sciamatoria.

    Trattamento anti-varroa

    La Varroa è un particolare acaro, molto simile alla zecca che aggredisce le api nelle fasi più delicate della loro vita (durante le prime mute) e che si nutre succhiando l’emolinfa direttamente dall’individuo infestato.
    Questo acaro è arrivato in Europa nei primi anni 80 e da allora non si è trovato un sistema idoneo per debellare questo vero e proprio flagello.
    Negli ultimi anni, dopo che l’apicoltura è stata sull’orlo del tracollo per la moria generale che vi è stata, sono stati introdotti dei prodotti così detti “tampone” che servono a limitare il più possibile l’infestazione delle famiglie.
    Vi sono diversi metodi per effettuare tali trattamenti: chimici o meccanici.
    Bisogna precisare che è vietato l’uso di qualsiasi prodotto all’interno dell’arnia qualora sopra vi sia ancora il melario, poichè il miele per l’alimentazione umana deve essere puro e non alterato in alcuno modo.

    Trattamenti chimici

    Questi trattamenti vanno effettuati in presenza del blocco della covata, ovvero non vi devono essere api opercolate, poichè la Varroa si intrufola dentro la cella poco prima che questa venga opercolata e vi resta fino che l’ape infestata non fuoriesce.
    Gli acaricidi in agricoltura sono molteplici e spesso anche molto potenti, però i prodotti registrati per uso apistico sono davvero pochi e si contano sulle dita.
    Gli acari sviluppano resistenza a tali trattamenti poichè ogni qual volta se ne salva uno i suoi figli diventano più resistenti al principio attivo.

    Api life var

    Sono dei cubetti impregnati con il Timolo e vengono riposti tra i favi e il coprifavo.

    Api life var

    Api life var

    Apistan

    Sono delle strisce impregnate con il Tau-fluvalinate, un principio attivo anch’esso utilizzato massivamente in agricoltura.

    Apiguard

    Apiguard

    Apiguard

    Non necessita di ricetta veterinaria, è un gel a base di Timolo che evapora ed agisce sulle Varroe presenti.

    Apiguard

    Apiguard

    Apivar

    Non necessita di ricetta veterinaria, il principio attivo utilizzato è Antras, prodotto che in agricoltura è stato usato tanto, poi è stato vietato l’uso (solo in agricoltura, in apicoltura si può ancora usare).

    Apivar

    Apivar

    Trattametni meccanici

    Questi trattamenti hanno il vantaggio da uccidere gli acari o di limitarne la diffusone in maniera meccanica e per questo motivo non sono soggetti a resistenze.
    I trattamenti più diffusi sono:

    Acido Ossalico

    I metodi che sono stati scoperti per far funzionare al meglio tale trattamento sono quello sgocciolato, dove le api vengono bagnate con una soluzione di acido ossalico disciolto in una soluzione zuccherina.
    Il secondo metodo, che è stato introdotto recentemente, è quello della somministrazione sublimata, essa viene praticata riscaldando i cristalli di acido ossalico ad una temperatura inferiore ai 130°C.
    I fumi che si scatenano sono però nocivi per l’uomo, quindi è bene prendere le giuste precauzioni.

    Acido Formico

    Questo acido, essendo molto più forte, ha la capacità di entrare anche dentro alle cellette opercolate delle api così da uccidere anche la Varroa che è presente nella covata.
    In alcuni stati nordici, dove la temperatura non si alza troppo (soglia massima 27°C), hanno fatto dei sacchetti al cui interno vi è una spugna impregnata con l’acido formico. Questa sostanza evapora molto lentamente e uccide le Varroe senza danneggiare le api, nei nostri climi questo trattamento è poco usato poichè basta un’innalzamento della temperatura ambientale che tutta la covata è a rischio.

    Acido Lattico

    Tale acido è stato il primo ad essere usato, andava diluito nell’acqua e spruzzato sulle api.

    Raccomandazioni finali

    Prima di portare a casa delle api sarebbe bene procedere al censimento obbligatorio. Non è una pratica a pagamento e permette di risparmiarsi una multa che va dai 150 ai 200 euro qualora la forestale arrivi in apiario e riscontri la mancanza di tale documento.
    Le schede per il censimento sono reperibili nelle cooperative o associazioni apistiche, vanno compilate e fatte firmare da un veterinario.

    In agricoltura non esiste un’altro investimento che nel giro di 2/3 anni si ripaghi completamente come fa l’apicoltura.

  • Morfologia e biologia dell’ape – Lezione 1

    Per morfologia e biologia dell’ape si intende il mondo di questo insetto a tutto tondo: la sua conformazione fisica, le interazioni sociali, i suoi comportamenti, il processo evolutivo. Ma vediamo di insinuarci in questo fantastico mondo un passo alla volta.

    Vita ed organizzazione

    Fin dai tempi antichi l’uomo si è interessato alla vita delle api, le osservava e studiava. Comprese ben presto che le api accettavano di essere trasferite in contenitori che offrivano loro un riparo dal vento, dalla pioggia, dal freddo e dal caldo eccessivo.

    Arnia in pietra, si trovano ancora nel sud italia

    Arnia in pietra, si trovano ancora nel sud italia.

    Nel mondo sono state individuate tre linee evolutive delle arnie. La prima che ha interessato la maggior parte dei paesi europei ed alcune zone dell’Asia sud-occidentale, si basa sull’utilizzo di tronchi d’albero cavi appoggiati verticalmente su un supporto e chiusi in alto con una lastra.

    Arnia villica - Tronco cavo

    Arnia villica – Tronco cavo

    Quest’arnia è probabilmente la più antica in assoluto ed è tutt’ora utilizzata in certe zone. Da questa si è passati in alcune zone a modelli più leggeri. In Sardegna ad esempio viene utilizzato il sughero per ricavare delle arnie cilindriche verticali.

    L’ape è amica ma anche sconosciuta.

    Derivata sempre da questa sono quelle costituite da panieri ottenuti intrecciando rami flessibili coibentati con sterco bovino e argilla.

    Arnia villica - A rami intrecciati

    Arnia villica – A rami intrecciati

    Sono state trovate tracce di apicoltori in alcuni geroglifici nella tomba di Pabusa, risalenti al 600 a.C, questo fa intuire che la collaborazione uomo-ape va avanti da moltissimo tempo.

    Pabusa Tebe 600 a.C.

    Pabusa Tebe 600 a.C.

    L’uomo è divenuto apicoltore anche se le api non sono mai state veramente addomesticate, poichè non hanno mai cambiato le proprie abitudini e non dipendono tutt’ora dall’uomo. La convinzione è che siano loro ad addomesticare noi esseri umani (almeno quelli che si cimentano nell’apicoltura).

    L’uomo che si è lasciato addomesticare dalle api è diventato apicoltore.

    Spesso l’attenzione dell’uomo è rivolta maggiormente a ciò che le api producono, quello che si sottovaluta è la funzione naturale di impollinazione che questi insetti fanno, aiutando la fecondazione e, di conseguenza, la prolificità di molte specie di piante.
    Non esiste solo l’ape come insetto impollinatore, ve ne sono molti altri, ma non svolgono tale funzione in maniera così importante come invece fa l’ape; questo è dovuto al fatto che vi è stata un’evoluzione dei fiori in base all’insetto che più li frequentavano.
    Il fiore da qualche cosa all’ape, ovvero il nettare che è una sostanza zuccherina, e in cambio le api, cercando di inserirsi nel fiore, si imbrattano con il polline di tale fiore. In un secondo momento quando la stessa ape si posa su un altro fiore, cercando di arrivare al nettare, lascia cadere del polline che si mischia a quello che già aveva sul corpo; in questo modo se la pianta non è lo stesso esemplare di quello precedente e la specie di appartenenza è la medesima si ha una fecondazione.

    Ape bottinatrice ricoperta di polline

    Ape bottinatrice ricoperta di polline

    Il servizio di impollinazione è una vera e propria attività che può incrementare il reddito di un apicoltore: delle ditte, tramite apposite associazioni, si rivolgono agli apicoltori che portano le proprie api nei pressi dei campi in cui è necessario tale intervento. A fioritura terminata l’apicoltore preleva le proprie api e riceve un compenso per il servizio svolto.

    Che cosa è un’ape??

    Un ape è un essere vivente e come tale deve:

    • Riprodursi
    • Svilupparsi
    • Interagire con l’ambiente
    • Costruire o assumere proteine
    • Mantenere costanti le condizioni interne
    • Evolversi
    • Organizzati in cellule

    Le api, come tutti gli animali, sono eterotrofi ovvero non riescono a creare le proteine necessarie al loro sostentamento e per questo le assumono già sintetizzate da altri organismi, nello specifico le recuperano dal polline che possiede un alto contenuto proteico.

    Breve storia dell’evoluzione dell’ape

    Le tracce più antiche delle api risalgono a ben 40 Milioni di anni fa, infatti alcuni esemplari sono stati rinvenuti all’interno di ampolle d’ambra che le hanno catturate e mantenute inalterate fino ai giorni nostri. Il nome che è stato dato a queste api preistoriche è Elettratis.

    Ape preistorica intrappolata nell'ambra

    Ape preistorica intrappolata nell’ambra

    Quest’ape preistorica con il passare del tempo subì varie trasformazioni e circa 35 Milioni di anni fa si trovano le prime tracce del nuovo tipo di ape che arriverà pressoché immutato fino ai giorni nostri, ovvero l’Apis.
    Per fare un piccolo paragone l’omo sapiens è comparso circa 100 mila anni fa.

    Vi sono 4 specie di api conosciute, che vedremo velocemente:

    • APE NANA – Fa un piccolo favo sui rami e si trova in India, Borneo e Birmania
    • APE DORSATA – Costruisce un solo grande favo e si trova in India, Filippine ed è grande ed aggressiva
    • APE CERANA – Poco laboriosa ma mansueta e si trova in India, Giappone, Bangladesh e Malesia
    • APE MELLIFICA – Mediamente mansueta ma molto laboriosa e si trova in Europa Africa Asia e poi nelle Americhe e in Australia

    Un’ulteriore suddivisione delle api si ha tramite le razze, questa lezione non è volta ad analizzare tutte le diverse razze del mondo, perciò elencheremo velocemente solo quelle più conosciute dell’ape mellifica:

    • CARNICA – Si trova prettamente nel nord Europa, si distingue per avere il corpo tutto scuro.
    • LIGUSTICA – Si trovava solo in Italia, con il tempo è stata importata in quasi tutto il mondo ed imbastardita. Si distingue per il primo pezzo del ventre giallo chiaro e il resto scuro.
    • SICULA – Si trova solamente in Sicilia, con il tempo è stata portata quasi all’estinzione, ora si cerca di salvaguardarla confinandola su un’isola minore (più aggressiva).

    Ne esistono tante altre, anche relativamente vicine a noi, come possono essere la CAUCASICA o l’AFRICANA, si rimanda alle letterature i merito per approfondire l’argomento. Durante tutta la durata di questo corso la razza di cui si parlerà e che vedremo anche dal vivo sarà la Ligustica.
    Questa razza, infatti, è una delle migliori al mondo per mansuetudine, produttività e qualità delle regine, c’è da dire che è anche una delle più portate al saccheggio.

    Come è fatta un’ape?

    L’ape ha, come gran parte degli insetti:

    • 4 ali
    • Un Esoscheletro
    • Sei zampe
    • Corpo in tre segmenti

    L’esoscheletro è composto da varie sostanze (sclerotina, resinina, ecc) ed è flessibile ma non estendibile.
    Per potersi sviluppare e avere un esoscheletro con le caratteristiche che abbiamo appena citato utilizzano le mute, ovvero un processo di mutazione dalle quali passano nella fase giovanile.
    Queste mute sono similare al cambio pelle dei serpenti, quando il “vestito” diviene troppo piccolo lo si cambia poichè esso non si adatta allo svilupparsi del corpo.

    Il capo è una capsula rigida che contiene gli organi della vista: due occhi compositi e 3 ucelli semplici (servono principalmente per captare l’intensità luminosa) due antenne e l’apparato boccale (composto da più parti).
    Gli occhi composti hanno dei componenti che si chiamano ommatidi e per questo motivo la visione è a mosaico. Questo permette alle api di avere una percezione diversa dei movimenti, infatti un movimento che al nostro occhio risulta lento per loro è velocissimo, anche la percezione dei colori è differente dalla nostra, infatti esse distinguono:
    giallo, blu-verde, blu, viola, ultravioletto, giallo-ultravioletto
    Per questo motivo occorre indossare colori che loro “digeriscono” per non allertarle solamente con la nostra presenza nei pressi dell’alveare.

    Le antenne sono orientabili, e composte da diverse parti, esse sono munite di diversi sensori: tattili, olfattivi, termici, uditivi, igrorecettori (in grado di percepire la quantità di umidità) e ricettori di ferormoni.

    Capo ed antenne

    Capo ed Antenne

    L’apparto boccale si chiama così poichè è sempre formato da un certo numero di pezzi divisi, in genere sono sei: labbro inferiore, superiore, due mascelle e due mandibole.
    Nello specifico quello delle api è così formato: il labbro superiore è una sorta di copertura, le due mandibole sono le due pinze per la manipolazione della cera e della propoli però non riescono a lacerare ne a rompere neppure la cuticola dell’uva, due mascelle mobili costituite da varie parti costituisce un canale per l’assunzione di alimenti liquidi e al contempo sono presenti anche degli organi del gusto.
    Il labbro inferiore, insieme alle mascelle, forma il canale di suzione, ovvero è quel canale da cui esce la saliva che viene utilizzata per liquefare gli le sostanze nutritive.
    La ligula è la parte più lunga dalla quale fuoriesce la saliva e termina con il labello, estensione a cucchiaio.

    Il torace ha sempre tre segmenti in tutti gli insetti, nella parte inferiore vi sono le attaccature per le zampe, nella parte superiore le ali con i relativi possenti muscoli per muoverle, tre paia di stigimi(che possono essere aperti e chiusi a piacimento) per consentire l’ossigenazione dei tessuti. Sono contenuti all’interno anche le sacche aeree che permetto all’ape di volare trasportando ingenti carichi.
    Le zampe anteriori presentano un incavo tramite il quale le api si ripuliscono le antenne, si chiamano stregge e le utilizzano per costruire i favi, maneggiare la propoli, nella regina per capire la dimensione delle cellette (fuco od operaia).

    La particolare conformazione di ciascun paio di zampe risponde alle esigenze lavorative dell’operaia:
    Secondo paio: Una spina posta all’angolo distale interno della tibia del 2° paio di zampe serve per staccare le pallottole di polline dalle cestelle delle zampe posteriori quando l’ape rientra all’alveare e per pulire le ali e gli spiracoli.
    Terzo paio: Qui viene raggiunto il massimo grado di specializzazione morfo-funzionale. Sulla parte esterna della tibia è presente un incavo, lucido, la cestella del polline, provvista al centro di una lunga setola attorno alla quale vengono formate e conservate le pallottole di polline fino al ritorno all’alveare. Sul bordo inferiore delle tibia è presente una fila di brevi e robuste spine che prende il nome di pettine.
    (Spazzola, spina e polina)

    L’addome non contiene delle gran appendici poichè tutte le occorrenti sono nel torace e nel capo, contiene la parte terminale del tubo digerente, ghiandole e specchi della cera, nasonov, il pungiglione.

    Sistema digerente

    Il tubo digerente dell’ape percorre tutto il corpo; inizia dall’apertura boccale, a cui fa seguito la faringe, provvista di muscolatura in grado di farla dilatare per favorire l’aspirazione dei liquidi nutritivi. Segue l’esofago, che dopo aver attraversato tutto il torace entra nell’addome dove si allarga a formare l’igluvie. E’ qui che nelle operaie viene immagazzinato il nettare durante la raccolta per essere trasportato nell’alveare.

    Sistema respiratorio

    Le api posseggono un apparato respiratorio molto sviluppato. L’aria penetra attraverso gli spiracoli disposti a coppie, 3 nello pseudotorace e 7 nel gastro. Dagli spiracoli partono delle brevi trachee, che si immettono in particolari dilatazioni dette sacchi aerei. Da questi si diparte una vera rete di trachee che si ramificano successivamente fino a ridursi in minutissimi vasi che si diramano ulteriormente fino a raggiungere tutti gli organi. Il sistema di gran lunga più efficiente di quelle dei Vertebrati, che richiede uno scambiatore aria acqua (i polmoni) ed un meccanismo di trasporto (il sangue).

    Sistema circolatorio

    La circolazione del sangue, chiamata emolinfa, avviene in parte attraverso dei vasi, ed in parte attraverso la libera circolazione tramite le lacune del corpo. E’ quindi sicuramente meno evoluta di quella dei vertebrati.Lungo la linea mediana dorsale del corpo dell’ape troviamo il vaso dorsale, costituito da una parte contrattile, l’aorta, che percorsa la regione dorsale del torace si apre direttamente nelle lacune della regione cefalica.

    Sistema nervoso

    Il sistema nervoso è formato da un apparato centrale, uno viscerale ed uno periferico, reciprocamente connessi. L’apparato centrale è costituito da una massa ganglinare molto sviluppata posta nel capo, detta cerebro, da una massa sottoesofagea detta gnatocerebro, collegata alla prima mediante due connettivi a formare una specie di cintolo detto cingolo periesofageo. Pur trattandosi di un sistema nervoso relativamente semplice rispetto a quello dei vertebrati è in grado di soddisfare egregiamente le necessità di questi insetti.

    La loro vita di relazione, infatti, appare guidata da facoltà che sono state denominate istinti, e che si manifestano con comportamenti fondamentalmente stereotipati, ma non infallibile e nemmeno immutabili, suscettibili come sono, di modificarsi e di adeguarsi alle necessità di situazioni contingenti e impreviste, nonché in seguito all’esperienza individuale.

    Le ghiandole ipofaringee sono quelle che secernano il componente principale della pappa reale.
    Vengono prodotte dai 5-6 ai 10-11 giorni di vita, quindi se ho delle api vecchie e voglio mettere della covata non saranno in grado di alimentare le larve.
    A tutte le larve viene dato per i primi 3 giorni pappa reale per poi cambiare la dieta in polline e miele, mentre le regine vengono alimentate a vita con pappa reale. Questo fa ci che la regina sviluppi gli organi sessuali mentre nelle operaie rimangono atrofizzati.

    Sistema riproduttore

    Il sistema riproduttore è molto complesso, esso comprende un paio di gonadi, testicoli nei maschi e ovari nelle femmina, e relativi gonodotti e genitali esterni.
    Data l’elevata diversificazione, questi organi verranno descritti separatamente.
    Quello che occorre sapere è che da un uovo fecondato nasce un fuco (maschio) mentre da un uovo fecondato nasce un’operaia (femmina).

    Apparato riproduttore – Maschile

    L’apparato genitale è composto da:

    • due testicoli separati e plurifollicolari;
    • due tubi deferenti che si allargano a formare due vescicole seminali tubolari;
    • un dotto eiaculatore provvisto di un paio di ghiandole accessorie;
    • un apparato copulatorio di fabbrica alquanto complessa che presenta un pene provvisto di processi laterali ben separati.

    L’organo copulatorio è come un sacco, posto all’interno dell’addome, in fondo al quale sbocca il dotto eiaculatore. Al momento dell’accoppiamento l’addome viene sottoposto ad un’intensa pressione e questa fa si che il sacco venga estroflesso all’esterno.

    Apparato Riproduttore Maschile

    Apparato Riproduttore Maschile

    Apparato riproduttore – Femminile

    Ciò che distingue maggiormente una regina da un’operaia è il possesso di un apparato genitale molto sviluppato e perfettamente funzionante.
    Esso è formato da:

    • due ovari enormemente sviluppati occupanti la quasi totalità dell’addome, a loro volta suddivisi in ovarioli, che sboccano in un ovidotto;
    • una spermateca(atta a conservare in vita per anni gli spermatozoi iniettati dai maschi durante l’accoppiamento), con annesse due ghiandole della spermateca;
    • una vagina, la quale contiene un sacco ovale, la borsa copulatrice.

    In seguito all’accoppiamento gli spermatozoi, attraverso la borsa copulatrice e la vagina, giungono nella spermateca, dalla quale usciranno al momento di fecondare le uova che, scendendo dagli ovari, passeranno dalla vagina.

    Apparato Riproduttore femminile

    Apparato Riproduttore femminile

    Ghiandola di Nasonov

    Ape che espone la ghiandola di Nasonov

    Ape che espone la ghiandola di Nasonov

    Capita sovente di osservare sul predellino dell’arnia o, dopo che si è aperto un’alveare, sui portafavi, delle api operaie con l’addome proteso verso l’alto e la sua estremità piegata verso il basso, in modo da scoprire tale ghiandola.
    La secrezione di questa ghiandola + composta da sostanze molto volatili e viene utilizzata dalle api per marcare i luoghi di bottino, per facilitare il ritrovamento dell’alveare e per favorire l’aggregazione dello sciame o del glomere invernale.
    Questa particolare postura non è da confondere con quella delle guardiane in assetto da guerra (esse tengono tutto l’addome verso l’alto e il pungiglione estratto)

    Ape Guardiana in assetto da guerra

    Ape Guardiana in assetto da guerra

    Specchi di cera

    Le api operaie sono dotate di ghiandole che producono la cera; sono situate sulla parte anteriore degli stigmi e sono ricoperte dallo stermite del segmento precedente. Esse presentano due ampie aree ovali lisce, una su ciascun lato, rispetto alla linea mediana ventrale, dette specchi della cera. Tali aree si possono osservare estendendo l’addome.
    La cera viene prodotta da cellule epidermiche sottostanti tali spazi, quando l’ape adulta ha circa 10-18 giorni di vita. Sembra che la cera fuoriesca in forma liquida attraverso minutissime strutture per solidificare sotto forma di scagliette a contatto con l’aria. Ogni ape ne produce circa 6 mg consumando per questa attività rilevanti quantità di polline e miele.

    Specchio di cera

    In alto a sinistra vi è la zona senza peli chiamata “Specchio di cera” e le macchioline più piccole sono dei residui di cera.

    Pungiglione

    Si tratta di un’importante arma di difesa presente nelle operaie e nelle regine. A riposo si trova entro una tasca e viene estroflesso solo al momento dell’impiego. Derivando da un organo presente solo nelle femmine è assente nei fuchi, che sono di conseguenza totalmente inermi. Il pungiglione è formato da tre pezzi articolati fra di loro: lo stiletto e le due lancette.
    Lo stiletto alla base si allarga in un ampio bulbo e termina con una punta affilata a mo’ di scalpello.
    Quando l’ape punge piega verso il basso l’addome e con un movimento improvviso conficca la punta del pungiglione nei tessuti della vittima. La struttura del pungiglione spiega perchè quando un’ape punge un uomo è destinata quasi sempre a morire. L’elasticità dei tessuti trattiene il pungiglione e di solito l’ape non riesce ad estrarlo: nel tentativo di allontanarsi si lacera gli ultimi segmenti addominali ed il pungiglione rimane infisso nel malcapitato, unitamente ad una parte delle viscere ed alla ghiandole del veleno.

    Pungiglione di un'ape al microscopio elettronico

    Pungiglione di un’ape al microscopio elettronico (Lato Rosso)

    Principali differenze tra operaia, fuco e regina

    La tabella seguente mostra le principali differenze tra gli individui appartenenti alle tre caste presenti nell’alveare.

    Tabella differenze tra le varie caste

    Tabella differenze tra le varie caste

    Ciclo di vita dell’ape

    L’uovo viene deposto in una cella vuota dalla regina, la quale in base alle dimensioni della cella sceglierà se fecondare o meno l’uovo, incollato al fondo della cella da una sostanza appiccicosa prodotta dalla regina stessa.
    L’uovo rimane tale per circa 3 giorni, dopo di che ne fuoriesce una larva che rimane coricata sul fondo ed assume, generalmente, la forma di una “C” molto aperta.
    Questa larva viene alimentata per i primi 3 giorni con la gelatina (o pappa) reale, poi, nel caso sia operaia o fuco, viene alimentata con nettare e polline.
    Passati dai 7 ai 9 giorni dalla schiusa, durante i quali la larva è cresciuta molto rapidamente, la celletta viene opercolata (coperta) da una cera porosa che permette il passaggio dell’aria, all’interno di questa cella l’ape subisce diverse mute ed fuoriesce dalla cella solo quando è completamente formata.
    Dopo la deposizione l’ape regina per sfarfallare impiega circa 16 giorni, mentre l’ape operaia 21 e il fuco 24.

    Curiosità

    Le ali delle api si muovono molto velocemente, circa 200 battiti al secondo!
    Ogni ape riesce a trasportare 60mg di nettare, 25mg di acqua e 15 di polline. Considerando che un’ape media pesa meno di 100mg è come se un uomo trasportasse un carico di quasi un quintale!
    Per poter produrre circa un chilo di cera occorre che un ape voli per 530’000 km per la raccolta di tutto il necessario (acqua, polline e nettare), ovvero ben 12 volte il giro dell’equatore!
    Le api riescono a volare alla velocità di 24-25 Km/h!

  • Come tutto ebbe inizio..

    Ciao a tutti,

    per prima cosa mi presento, anche se non sono mai stato bravo nel farlo: mi chiamo Matteo, ho 24 anni e dalla fine dell’anno appena terminato ho deciso di intraprendere una nuova avventura immergendomi nel bellissimo e complicatissimo mondo dell’apicoltura.

    Ape Accigliata

    Ape Accigliata

    Da qualche tempo mi era balenata l’idea di allevare le api, non ricordo bene che cosa fece scattare questa scintilla, ed ho cominciato così ad informarmi sui costi e sull’occorrente che questa attività comportava.
    Fortunatamente ho deciso di mandare qualche mail ai fornitori di sciami, i cui siti sono facilmente reperibili googlando, in questo modo sono incappato in un apicoltore che, con estrema gentilezza e con una straripante passione, mi ha indirizzato su quali fossero per lui i passi più giusti per un neofita (uno alle prime armi).

    Seguendo i suoi consigli mi sono iscritto ad un corso che inizierà il 9 Gennaio (le cui lezioni provvederò a postarle in questo blog) tenuto dall’AFA (Associazione Forlivese Apicoltori). Tale corso dovrebbe permettermi di apprendere le prime basi per poter portare avanti un apiario nel migliore dei modi e, cosa essenziale, permettermi di mettere le mani per la prima volta dentro un alveare avendo al mio fianco una persona esperta che mi indirizzi.

    Non riuscendo, però, a stare fermo ad attendere che il corso iniziasse ho deciso di seguire anche un secondo consiglio, il quale prevedeva l’acquisto di un libro in materia per poter capire meglio tutti i piccoli segmenti che, uniti, compongono il complesso e fantastico mondo delle api. La mia scelta è ricaduta sulla terza edizione di “Le Api – Biologia, allevamento, prodotti” di Alberto Contessi, il quale si è rivelato un vero e proprio manuale che mi accompagnerà per tutta questa avventura.

    Terminata la lettura di questo manoscritto proprio nella giornata odierna, posso dire che molti miei dubbi sono stati abbondantemente rimossi e che, anche se con molta incertezza per il lato pratico, non vedo l’ora di iniziare ad allevare le mie prime famiglie, infatti, spinto da codesta eccitazione, ho provveduto ad ordinare le mie prime due arnie (le case delle api) dopo aver scelto con attenta cura il fornitore più vantaggioso e con una qualità soddisfacente.

    Attendendo che il mio acquisto arrivi e/o che il corso inizi, vi saluto e vi ringrazio per la lettura.

    Matteo

  • Arnie razionali

    Cosa si intende per arnie razionali?

    Per arnie razionali si intende il ricovero che l’uomo fornisce alle api da lui allevate.
    Da quando l’uomo ha iniziato l’allevamento delle api sono stati utilizzati i più svariati materiali per fornir loro un ricovero adeguato.

    Esempio Arnia

    Esempio Arnia

    Esistono due categorie di arnie razionali o a favo mobile, ideate quasi contemporaneamente a metà del secolo scorso, in America dal reverendo Langstroth ed in Germania da Berlepsch.
    Dal primo gruppo, dette americane, fanno parte tutte le arnie in cui i favi si estraggono dall’altro, del secondo gruppo, dette tedesche, fanno parte le arnie in cui i favi si estraggono dal retro, uno dopo l’altro.
    Caratteristica comune di queste arnie è di possedere un fondo, un nido, uno o più melari, una soffitta ed infine un tetto.
    Le arnie a favo mobile sfruttano una caratteristica biologica delle api che le induce a propolizzare (spargere la propoli, una sostanza resinosa) gli spazi attraverso i quali non riescono a passare, a costruire ponti di cera in quelli superiori ai 9 mm ed a lasciare intatti spazi compresi fra i 7 ed i 9 mm.

    Nelle arnie razionali quindi si inducono le api a costruire i favi entro telaini di legno che, introdotti nell’arnia, lasciano uno spazio di circa 8 mm fra i bordi esterni e le pareti, stessa cosa avviene tra favo e favo.

    Tutte le arnie di tipo americano derivano dall’originale modello Langstroth, successivamente modificato in più riprese. In Europa si è maggiormente diffuso un modello prima modificato da Dadant e successivamente da Blatt.
    Da questo modello, detto Dadant-Blatt deriva il modello italo-Dadant-Blatt da cui discende l’arnia più diffusa in Italia, standardizzata al Congresso Nazionale di Brescia: l’Italica-Carlini.
    Oggi ne esistono due versioni fondamentali, a fondo mobile ed a fondo fisso con portichetto, così detta “da nomadismo”. Entrambe le versioni esistono da 10 e da 12 telaini.

    Costruire un’arnia

    Oltre che comprare arnie già confezionate e pronte all’uso è possibile assemblare da soli o commissionare il lavoro ad un falegname procurandosi un progetto standard.
    Descriverò di seguito le misure interne che occorre rigorosamente rispettare per avere delle arnie standard e soprattutto utilizzabili:

    Schemi costruttivi delle arnie Italica-Carlini

    A) Schema costruttivo Italica-Carlini a 12 telaini “sedentaria” B) Schema costruttivo Italica-Carlini a 10 telaini “da nomadismo”

    Il fondo è mantenuto sollevato dal piano di appoggio da due listelli, misura 580 x 500 x 20 mm; su tre lati (escluso l’anteriore) sono inchiodati tre regoli (15 x 25 mm) sui quali si appoggerà il nido che lascerà così un’apertura di 15 x 450 mm per il passaggio delle api. Questa viene poi regolata da un’apposita assicella o grata metallica.
    Il nido è una cassa quadrangolare misurante all’interno 450 x 450 mm ed alta 308 mm. In alto, sugli spigoli interni di due pareti opposte, il nido presenta 2 scanalature si 18 x 15 mm per la sospensione dei telaini. Nel caso i telaini si facciano appoggiare su delle reggette metalliche provviste di distanziatori queste andranno sollevate di 5 mm e quindi le scanalature dovranno misurare 23 x 15 mm.
    Il melario è una cassa delle dimensioni del nido (450 x 450 mm) ma alto la metà (154 mm) e pure provvisto delle scanalature per i telaini (18 x 15 mm).
    La soffitta o coprifavo è costituita da tavole che unite misurano 500 x 500 mm per 15 mm di spessore e possono essere mantenute unite da 4 regoli posti sui bordi.
    La soffitta può essere provvista di un foro di 40 mm per la somministrazione di nutrimento.
    Il tetto può essere a doppio spiovente o piano; negli ultimi anni, per la sua praticità, per il minor costo e per la possibilità di sovrapporre le arnie durante il trasporto, si è andato affermando quello piano. Esso è costituito da una intelaiatura in legno (556 x 556 x 100 mm) chiusa da un foglio di masonite, il tutto ricoperto da una lamiera di ferro zincato o di alluminio opportunamente ripiegata.
    Nella versione da nomadismo a 10 favi le misure restano invariate tranne che per la larghezza che invece di 450 mm si riduce in tutte le sue parti a 375mm. Il portichetto anteriore può essere chiuso durante il trasporto con una reticella sostenuta da un apposito telaio.

    Materiali da costruzione

    Il materiale da costruzione di gran lunga più utilizzato in apicoltura è il legno.
    Per ragioni pratiche ed economiche, il legno di abete è quello che riscuote i maggiori consensi.
    Le tavole debbono essere di prima scelta (senza nodi) e ben stagionate (per evitare spiacevoli deformazioni), dello spessore di 25 mm. Tale spessore però dopo la piallatura spesso si riduce a 22-23 mm.
    Trattandosi di un prodotto naturale, esposto all’aria ed alle intemperie, il legno va soggetto a deterioramento, per questo è necessario proteggerlo.
    Il metodo più antico di protezione del legno è quello della verniciatura. Un tempo venivano usate esclusivamente vernici ad olio (principalmente all’olio di lino cotto). Oggi il mercato ci mette a disposizione una gamma di prodotti molto vasta, tra cui:
    Vernice all’olio di lino cotto, Carbolineum, Catrame, Vernici sintetiche, Cera minerale e Propoli.

    Telaini

    Progetti telai nido e melario

    Sopra progetto Telaio da nido, sotto progetto Telaino da melario.

    I telaini, identici nelle due versioni, sono formati da un listello superiore o portafavo ( 470 x 28,5 x 20 mm) provvisto alle estremità inferiori di due incastri di 26,5 x 10 mm, da due montanti laterali (290 x 28,5 x 9 mm) e da una traversa inferiore (417 x 22 x 10 mm) più stretta per non danneggiare le api e gli altri favi quando i telaini vengono estratti dalle arnie. Le dimensioni esterne risultano così di 470 x 300 mm.
    Quelli del melario differiscono per essere più bassi, 146 mm contro i 300 mm di quelli da nido e i montanti laterali quindi misurano 136 x 28,5 x 9 mm.

    Tutte le misure fin qui elencate possono essere variate senza inconvenienti a patto che vengano rigorosamente rispettate quelle interne dell’arnia e quelle esterne dei telaini.

    Di questi due modelli base di arnia esistono innumerevoli varianti, fra cui le più importanti sono quelle provviste di grata forata sul fondo e di fascette laterali per il bloccaggio dei melari e della soffitta.

    Arnie fai-da-te

    In questo articolo descrivo come sia possibile creare delle arnie fai-da-te con strumenti non professionali.

    Fonte: “Le Api – Biologia, allevamento, prodotti” di Alberto Contessi

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